Visualizzazione post con etichetta Comunicazione. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Comunicazione. Mostra tutti i post

venerdì 19 aprile 2019

LA PROPAGANDA AI TEMPI DEI MASS-MEDIA E DEI SOCIAL NETWORK

Il discorso politico, ora divenuto “annuncio” è da sempre un formidabile mezzo per influenzare il dibattito pubblico, generare consenso per ottenere risultati rispetto agli obiettivi prefissati.
In concomitanza con una società sempre più frammentata e divisa come quella attuale senza un interesse comune collettivo, c’è un uso spregiudicato di un linguaggio intollerante, aggressivo e pregiudizievole, da cui sembrerebbe impossibile non prescindere.
Anche il ribaltamento del reale e la manipolazione di fatti e notizie di cronaca e della quotidianità concorrono ad avvelenare il panorama di una corretta e veritiera informazione.
Questo mixer punta a suscitare emozioni e non ragionamenti e volontà d’approfondimento.
Sono poi le emozioni a risultare determinanti nei comportamenti e nel formarsi delle opinioni.
Così si finisce per concedere autorevolezza e considerazione a chi non manifesta alcun dubbio nell’individuare l’origine e la causa di tutti i mali in un gruppo umano.
Non fa eccezione lo scrivere della legge su sicurezza ed immigrazione recentemente varata dal governo Lega-M5S qualora si provi, come nel nostro caso, a proporre ai cittadini informazioni e riflessioni delle sue ricadute sul nostro territorio.
E’ quindi indispensabile disporre di strumenti di valutazione per una lettura critica della realtà, superando i luoghi comuni e le cosiddette “fake-news”.
L’argomento immigrazione ha in questo senso un valore simbolico e ci offre l’occasione di trattare il tema della propaganda in un’epoca di comunicazione eccessiva, veloce e superficiale.
Il gruppo IMPULSI-SOSTENIBILITÀ e SOLIDARIETÀ ha chiesto al prof. Marcello Maneri, docente di sociologia dei media all’Università Bicocca di Milano, un aiuto per comprendere modalità e la pericolosità di queste espressioni  comunicative così da poterci difendere acquisendo e sviluppando le capacità per individuare la narrazione tossica, svelarla e, auspicabilmente, contrastarla.

Professor Maneri, può offrirci la definizione di “Propaganda”?

Io non sono un dizionario e immagino che le definizioni di “Propaganda” siano moltissime però è chiaro che si ha a che vedere con la disseminazione di informazioni e di idee mediante un uso pianificato di tecniche di persuasione con lo scopo di indurre e provocare degli atteggiamenti e delle azioni che vadano a beneficio di chi la utilizza. Quindi l’obiettivo  della propaganda è modificare le idee e le azioni delle persone utilizzando tecniche di persuasione.

Quando nasce e come si è evoluta?

Ovviamente la Propaganda è presente da sempre, da quando esiste  la necessità di persuadere qualcuno.
Il termine propaganda credo nasca all’epoca della Controriforma.
Allora venne creata la congregatio de propaganda fide, una struttura della Chiesa cattolica che doveva “opporsi” alle idee della riforma facendo una propaganda basata sulla disseminazione di idee ortodosse, in particolare rispetto alla lettura che si dava del Vangelo.
C’è da segnalare un passaggio fondamentale: se la propaganda richiede la disseminazione, è chiaro che senza degli strumenti atti alla disseminazione si può fare solo della persuasione.
L'invenzione della stampa fu tra questi strumenti.
Infatti i testi più stampati all’inizio sono stati proprio le Tesi di Lutero e la Bibbia, lavori strettamente collegati con la propaganda; con lo sviluppo e l’affermazione dei moderni mezzi di comunicazione di massa, la propaganda diventerà un’attività sempre più centrale ed essenziale, utilizzata in particolare durante di conflitti armati (che sono quelli più studiati e noti) e nella battaglia politica.
Storicamente è noto che la propaganda crebbe notevolmente durante la prima guerra mondiale che fu grande occasione di elaborazione di strategie su larghissima scala con un momento particolarmente significativo allorquando l’Inghilterra riuscì a trascinare gli Stati Uniti nel conflitto.
I servizi segreti inglesi intercettarono il telegramma Zimmerman, lo manipolarono e lo fecero arrivare a quelli americani, facendo credere che l’impero tedesco stesse pianificando l’invasione degli Stati Uniti da parte del Messico.
Ma non era una novità perché tutto lo Yellow Journalism, la stampa sensazionalista americana a cavallo tra ottocento e novecento, era specializzata in propaganda. E' famosissima la frase attribuita a Hearst, che era il grande tycoon dei giornali scandalistici dell'epoca (quello rappresentato poi nel film Quarto Potere di Orson Welles) che, in occasione delle tensioni e delle diatribe tra Stati Uniti e Spagna su Cuba, a quel tempo importante colonia spagnola in Centro America, disse al suo disegnatore: “tu pensa alle vignette, che alla guerra ci penso io”. Hearst, pubblicando sui suoi giornali a caratteri cubitali storie inventate e costruendo dei casi, contribuì in maniera determinante a far precipitare la situazione e ad orientare l’opinione dei lettori a favore del conflitto in modo da far entrare in guerra gli Stati Uniti contro la Spagna.

La comunicazione politica affidata agli esperti, manifesta una cura attenta alle parole. In che modo la persuasione diventa manipolazione? Cosa le differenzia?

La persuasione in sè non è necessariamente manipolatoria. Ovviamente qualsiasi affermazione è parziale, soggettiva, ma si tende a parlare di manipolazione quando abbiamo non solo la ripetizione di messaggi in modo ossessivo, la diffusione di massa di certi argomenti, come nella persuasione e nella propaganda, ma una vera e propria alterazione dell'apparenza, una torsione strategica dell'informazione con la disseminazione di notizie false, oppure dando importanza e facendo apparire enormi fatti che in realtà sono magari di portata minima.
Nei paesi anglosassoni si tende a distinguere, chiamando Black Propaganda solo quella che persegue, magari con la regia dei Servizi Segreti (Intelligence), la strategia di diffondere notizie false, ingannevoli e pericolose.

Possiamo ragionevolmente considerare la democrazia minacciata da un uso strumentale dell'informazione?

Io penso di no, nel senso che l'uso strumentale dell'informazione è inevitabile, c'è sempre stato e ci sarà sempre. Le persone, le istituzioni e le testate giornalistiche lo fanno. Non mi preoccuperei troppo di questo.
Il problema è il monopolio, cioè quando o per un controllo da parte dello Stato o per un controllo da parte di forti interessi economici, i grandi mezzi d'informazione, come storicamente sono stati, sono controllati da pochi soggetti. Ovviamente questo è un problema per la democrazia, ma lo è sempre stato.
Noi viviamo in democrazie che sono afflitte dal problema di un'informazione non equilibrata.
Oggi ci sono dei processi in atto che vedono sempre meno monopolio rispetto ad una volta. Ci sono le televisioni private, le radio private, tutti possono entrare in rete e disseminare informazioni.
C’è però anche un degradamento generale dell’informazione, una perdita di professionalità nel giornalismo per cui le informazioni cui accediamo non sono più false di prima, ma i controlli, la prevedibilità della falsità delle notizie sono sempre più difficili da eseguire e gestire.

Qual è incidenza dei social nel formare un'opinione? Sono più meno efficaci dei mass media tradizionali?

Io non vedrei un'opposizione: i social media e i media tradizionali agiscono in sinergia.
C’è una circolazione dell'informazione bidirezionale.
Per esempio, i giovani si informano sempre di più tramite social ma tramite i social vanno a finire sui siti delle grandi testate giornalistiche.
Però i social introducono alcune novità, oppure accentuano alcuni caratteristiche. C'è il fenomeno della disintermediazione.
Salvini e altri pubblicano i loro tweet e i loro follower li possono leggere direttamente senza aver bisogno di un giornalista che faccia da mediatore e che ponga loro domande.
Questo ha modificato la natura del discorso politico accelerando un cambiamento già in atto. Già prima il politico rivolgendosi alle persone comuni cercava di impiegare un linguaggio comune, ma oggi l’utilizzo di strumenti che richiedono la massima concisione e quindi semplificazione, ha molto degradato la complessità del messaggio politico. Dall’altra c’è il fatto che mentre prima eravamo tutti esposti alla stampa e alle televisioni che erano pure loro parziali e condizionanti e rispondevano a determinati interessi egemoni, oggi c’è il fenomeno delle camere d’eco. Così i miei amici su Facebook o i miei followers o chiunque con cui twitti, sono persone per molti versi simili a me e quindi io finisco per espormi tendenzialmente a messaggi che confermano già le mie idee; questo può creare una situazione d’isolamento per cui non ci si rende conto di vivere in un mondo di percezioni proprie.
Le modalità d'utilizzo dei social sono sempre abbastanza frettolose, perché mentre consultiamo Facebook ci arrivano le mail oppure chiacchieriamo.
E’ favorita oltretutto l’esposizione a notizie sensazionalistiche, iper semplificate, che toccano immediatamente le emozioni. Sono quelle notizie che catturano maggiormente l'attenzione di un consumatore che è estremamente distratto, che non sta certamente leggendo un articolo a tutta pagina del New-York Times. Quindi in questo senso i social media sono uno strumento molto potente nel formare opinioni, magari anche di breve periodo, magari anche evanescenti che però, per esempio nelle campagne elettorali, possono essere decisive.
I social media, per natura bidirezionali, permettono agli individui di accedere alla sfera pubblica, cosa molto positiva in sè, ma senza filtro, prerogativa dei media tradizionali, dando spazio alla comunicazione con contenuti d'odio. D'altra parte aprire alla massa significa accettare le conseguenze anche negative.

Quali colpe e responsabilità, sempre che ne abbia, ha il sistema d’informazione tradizionale stampa e tv nell’aver lasciato spazio ai social nell'informare?

Non è che il sistema dei media tradizionali abbia lasciato spazio ai social nell'informare, semplicemente non poteva impedirglielo. Quello che è successo è che i media tradizionali hanno scimmiottato i social media ricercando e perseguendo la tempestività. Quando accade qualcosa di rilevante è importante arrivare per primi nel mondo online e quindi non si fanno più le verifiche come una volta. Si insegue la notizia del momento senza fermarsi un attimo a ragionare e riflettere.
Prima c'era tempo fino alla mezzanotte, a chiusura del giornale, per discutere e decidere che taglio dare alla notizia, ora sulla pagina online in 5 minuti bisogna uscire con la notizia e questo favorisce ovviamente la diffusione di notizie false e la semplificazione.
C’è dunque un problema nello scimmiottamento delle specificità dei social media da parte dei media tradizionali che si trovano a giocare una sfida molto difficile perché perdono lettori e quindi pubblicità. I giornali tradizionali sono poi poco o per nulla letti dai  giovani.
Differente è il caso dei telegiornali che in Italia sono ancora molto seguiti.
In questa situazione, il giornalismo italiano che già non brillava per qualità, oggi ha trovato l'occasione per fare peggio. Questo però è un fenomeno generale che riguarda anche altri paesi.

Nel caso invece specifico dei migranti e più in generale delle minoranze, quali strategie adotta la propaganda e quali tecniche utilizza? Manipolazione e disinformazione sono usate entrambe contemporaneamente? E poi perché serve indicare un nemico?

Sia i media tradizionali che i nuovi media si sono comportati in maniera estremamente simile; è questo il motivo per il quale non li metteremo uno da una parte e uno dall'altra. Cosa hanno fatto e continuano a fare? Hanno scelto notizie cui dare attenzione in maniera molto selettiva. Fatti di cronaca nera che vedevano persone di origine straniera come autori di un reato hanno ricevuto un'altissima visibilità, soprattutto nei periodi elettorali
Oggi ormai la campagna elettorale è quasi permanente e quindi questo fenomeno si dilata sempre di più. In una mia ricerca ho guardato l'uso degli appellativi.
Si usa l'appellativo che esplicita la condizione di straniero, di immigrato, molto più facilmente quando la persona ha compiuto un reato, se invece lo subisce magari lo si descrive genericamente come un uomo o un giovane o una donna. C'è proprio un'idea della problematicità che deve essere ricondotta allo straniero per una serie di ragioni: perché fa più notizia, perché colpisce di più l'attenzione del lettore, perché conferma certi pregiudizi.
L’immigrazione appare la causa di tutti i mali: dalla crisi del welfare, alla criminalità, al terrorismo, alla fine della nostra cultura eccetera. I media non ci parlano mai di quanto l'immigrazione possa costituire la soluzione a tutta un’altra serie di problemi quali l’invecchiamento della popolazione, la scarsità di assistenza domiciliare, l’equilibrio dei conti dell’INPS, la necessità di forza lavoro.
Ovviamente ci sono soggetti che cercano di inserire nell'arena del dibattito pubblico questa prospettiva ma di fatto se facciamo anche una ricerca su Google per parole chiavi e digitiamo "questione immigrazione", scopriamo che tutte le testate, di destra come di sinistra, usano l’espressione "il problema dell'immigrazione": nessuna che parli dell'immigrazione come opportunità.
Un'altra caratteristica della propaganda utilizzata dai governi e ripresa senza contraddittorio è di trattare i fenomeni migratori in modo emergenziale.
Si dice sempre: l’Italia è impreparata al fenomeno delle immigrazioni. Un’affermazione ridicola poiché si sta parlando di un fenomeno che è iniziato negli anni '80, da più di trent'anni. Eppure l'Italia si autodefinisce ancora impreparata a governarlo e continua trattarlo come un fenomeno emergenziale.
Molte e buone ricerche, mostrano come spesso nelle gestioni dei rifugiati, si ricerca e si crea volutamente “l’emergenza” per poter chiedere all'Europa aiuti e ricollocamenti negli altri paesi.
A questa costruzione, si prestano e sono complici quella parte dei media che punta al sensazionalismo, che cerca sempre di pompare la notizia e che grida facilmente all'allarme e all'emergenza.
Tutto questo ha alimentato la paura dell'immigrazione perché è percepita come causa di emergenze che non si sanno come gestire.
Negli ultimi anni, c'è stata ad opera di un certo ceto politico, una criminalizzazione della solidarietà, di qualsiasi forma di solidarietà, in special modo verso chi offre un primo soccorso in mare.
Sono finite sotto tiro le ONG con la partecipazione molto attiva della procura di Catania, in particolare modo del procuratore Zuccaro, che le ha accusate di ogni misfatto. Successivamente queste accuse sono cadute, senza arrivare ad un processo perché non c'era nessun tipo di evidenza.
Questa operazione è comunque riuscita nell’intento di creare nell’opinione pubblica un clima di diffidenza nei confronti delle ONG, facendo perdere loro finanziamenti.
L’ostilità delle direttive governative che sono seguite ha costretto buona parte delle ONG a ritirarsi dalle missioni in mare.
Se questo è potuto accadere è perché i media hanno collaborato alla macchina del fango facendo da cassa di risonanza a una narrazione, preparata da spin doctor, esperti di comunicazione politica, che abbinava migranti e terrorismo e costruiva l'idea che ci fosse una complicità di tipo quasi malavitoso tra le ONG e i cosiddetti “scafisti”.
Additare pericoli e nemici riprendendo e diffondendo notizie e racconti su misfatti ed atrocità in modo da demonizzarli sembrerebbe essere più una specificità dei social media.
Nell'ultima campagna elettorale per esempio, un giornale locale ligure ha pubblicato la notizia di un rifugiato in un centro di accoglienza che aveva arrostito un cane trovato morto.
Quel fatto è stato ripreso e modificato dai social facendo credere che gli immigrati si organizzassero per uccidere e arrostire cani, e dunque bisognava pensare a come proteggere i cani che circolavano vicini ai centri di accoglienza.
E’ stato creato un caso nonostante si trattasse, ovviamente, di una persona con squilibri mentali e ancora oggi se si cerca in internet, questa storia così trasformata la si trova perché, a differenza dei telegiornali in cui lo spazio dedicato alla notizia dura il tempo della lettura, una caratteristica della rete è di avere una memoria lunghissima da cui poter continuamente attingere.
Succede che leggende metropolitane, se ben confezionate tanto da risultare, anche se smentite, credibili, ritornino continuando a svolgere la funzione per cui erano state trasmesse.
E’ decisamente cambiato il panorama mediatico: molte notizie false vengono create non solo da professionisti della propaganda e della manipolazione ma a volte anche da persone, non necessariamente ingaggiate come consulenti, con il semplice obiettivo di fare soldi.
In Italia è venuto alla luce il caso di un tale che in un’intervista dichiarava di redigere, per un determinato sito, fake news, riguardanti in larga misura il tema dell’immigrazione, non per ragioni politiche bensì per aumentarne gli introiti pubblicitari mediante visualizzazioni.
Un’inchiesta giornalistica ci ha rivelato che con le stesse modalità appena descritte, ragazzi di un piccolo paesino della Macedonia si guadagnavano compensi, impensabili nel loro paese, durante la campagna presidenziale di Trump proprio pubblicando notizie false contro la Clinton.
Questa remunerazione pronta dei social media per qualunque cosa ottenga dei click, attraverso quelle che sono chiamate esce da click, ha innestato un fenomeno per cui è maggiormente profittevole oltreché meno faticoso produrre notizie false.
Come confermato da una ricerca pubblicata su Science, più la notizia causa indignazione, disgusto, paura, sorpresa – emozioni suscitate più facilmente dalle notizie false, congegnate proprio a questo scopo – più velocemente e ampiamente si diffonde. In definitiva le notizie false (fake-news) funzionano meglio di quelle vere.
Non è semplice comprendere immediatamente che ciò che si legge è una notizia falsa. Se acquisto il New-York Times, so che si tratta di una testata che ha un’aurea di autorevolezza, così come so pesare le notizie se acquisto un giornale scandalistico.
Una notizia linkata su Twitter o su Fb ci appare nello stesso modo sia che provenga dal New-York Times sia che venga da un giornalino scandalistico.
Sui social tutto si appiattisce e facciamo più fatica a capire qual è la differenza alimentando questa tendenza.
Di questo se ne sono accorti ormai i vari addetti alle pubbliche relazioni e i vari rappresentanti politici. Si calcola che nella recente e vittoriosa campagna per l’elezione a presidente del Brasile, Bolsonaro abbia utilizzato 40/50 mila gruppi pubblici su Whatsapp.
gli elettori hanno ricevuto messaggi che riportavano quasi sempre notizie o immagini almeno parzialmente false.
Sono messaggi e comunicazioni che ci arrivano dai nostri amici e conoscenti, perché i gruppi su Whatsapp hanno questa caratteristica, per cui ci fidiamo e non dubitiamo.

Tutti noi, senza distinzioni, siamo fortemente esposti alla propaganda perché alla ricerca costante di spiegazioni e soluzioni e la tipologia comunicativa veicolata attraverso i social media ci rende pigri, ogni spiegazione e ogni soluzione che comporta poca fatica ci appaga. Quale metodo e quali attenzione, quali esercizi, allenamento dobbiamo mettere in pratica per tutelarci efficacemente, sempre che lo vogliamo fare? Questo è sufficiente o dobbiamo fare di più? E come la si ostacola nel momento in cui decidessimo di porre un limite?

Il  tema è molto spinoso perché non esiste una facile soluzione.
A livello istituzionale si è puntato molto sul responsabilizzare le piattaforme che dovrebbero occuparsi direttamente della rimozione dei contenuti falsi tuttavia il confine tra vigilanza sulle notizie false e censura e i costi che questo comporta per le piattaforme rende la cosa veramente molto difficile.
A livello individuale si possono fare molte cose, nessuna è in sè risolutiva però ritengo che adottare tutta una serie di accorgimenti e di cautele possa essere molto utile.
Naturalmente questo cambia molto a seconda di quanto noi conosciamo un argomento, più ne siamo esperti e meno facilmente cadiamo in notizie false perché siamo in grado di comprendere le implicazioni di una notizia e la sua verosimiglianza.
Certamente  non possiamo essere esperti di tutto.
In rete si trovano diversi vademecum, alcuni fatti anche molto bene, proprio per difendersi dalle fake news.
Il primo punto è capire chi ci sta dicendo qualcosa, quindi quando vediamo la notizia, dobbiamo risalire alla fonte. Andiamo a controllare il link: il link corrisponde ad un reale sito di informazione? Guardiamo bene nella pagina in cui siamo, perché spesso i siti che diffondono fake news, per cautelarsi hanno un disclaimer in cui indicano che si tratta di un sito di satira. Perché e quando è stata scritta la notizia? E’ una notizia vecchia o è recente? Facciamo una ricerca con Google, magari scopriamo che si tratta di una notizia già uscita anni fa ed è stata recuperata e riproposta come attuale oggi.
Lo stesso, vale per le immagini. Con Google Immagini noi possiamo fare una ricerca inversa cioè caricare un'immagine e vedere se quest'immagine era già negli archivi di Google e scoprire se veniva da tutt'altra situazione e contesto e non rappresenta ciò che pretende di rappresentare.
Controllare le dichiarazioni: se provengono da una persona nota, potremo selezionare la frase ed indagare in rete se è rilanciata da altre fonti, di quelle che di solito sappiamo essere autorevoli. Possiamo controllare l'url, cioè l'indirizzo internet di provenienza per verificarne l’affidabilità. Infine quello che bisognerebbe sempre fare, è confrontare e consultare più fonti d’informazione di provenienza differente dalla nostra ristretta cerchia.
Serve anche il buon senso. Se una storia appare troppo bella per essere vera, se provoca una reazione troppo forte, se sembra spiegare qualsiasi cosa, forse c'è ragione di dubitare perché le cose vere spesso sono più modeste, più noiose, meno di impatto.
E’ poi fondamentale non condividere mai una notizia, un'informazione o una dichiarazione senza verificarla prima.
Invece di fare click e inoltra, click e condividi, porsi il dubbio sulla veridicità. Un conto è cascare nella trappola noi stessi e un conto è attirare nella trappola altri cento, duecento, trecento dei nostri contatti.
Nel web c'è una risorsa sempre utile, anche se non in tempo reale. Sono i siti anti-bufala quelli che fanno fact-checking; sono parecchi e fanno un lavoro piuttosto serio per ricostruire l'origine e lo status di una notizia che circola on-line verificandone la veridicità o la falsità.

Marcello Maneri insegna Media, comunicazione e società all’Università Milano-Bicocca. Si è occupato del rapporto tra informazione e potere, di sociologia del razzismo, della costruzione sociale della criminalità e della sicurezza anche conducendo una serie di ricerche sul discorso pubblico sull’immigrazione. Su questo argomento ha pubblicato, tra gli altri, “Si fa presto a dire ‘sicurezza’. Analisi di un oggetto culturale”, in Etnografia e Ricerca Qualitativa (n. 2, 2013), “I media e la guerra alle migrazioni”, in S.Palidda (a cura di) Razzismo democratico (2009), “Il panico morale come dispositivo di trasformazione dell’insicurezza”, in Rassegna Italiana di Sociologia (n. 1, 2001), “Lo straniero consensuale. La devianza degli immigrati come circolarità di pratiche e discorsi”, in A. Dal Lago (a cura di), Lo straniero e il nemico (1998).

Per chi volesse approfondire il tema degli strumenti di tutela:
Associazione Carta di Roma nata per dare attuazione all’omonimo protocollo deontologico per una informazione corretta sui temi dell’immigrazione https://www.cartadiroma.org/